• 6 July 2022

L’evoluzione della pandemia da Covid-19 è stata tanto rapida quanto travolgente. La comparsa sul nostro pianeta di un nuovo virus con caratteristiche pandemiche ha sconvolto, oltre alle vite dei cittadini, solidissimi sistemi sanitari e intere economie.

Dopo i fallimenti di farmaci utilizzati off label salutati con grande entusiasmo (comprensibile, considerata l’urgenza di avere qualcosa di efficace tra le mani), si è arrivati al primo antivirale somministrato per infusione ad avere nel foglietto illustrativo l’indicazione specifica per il Covid, poi agli anticorpi monoclonali somministrati in combinazione nelle prime fasi dell’infezione. Infine, ecco gli antivirali orali che agiscono nell’inibire la produzione di uno degli strumenti di attacco del virus.

Un’altra svolta? Come e quanto cambierà la storia del Covid-19? Cos’altro possiamo aspettarci sul piano delle terapie? «Un dato è certo», ha sottolineato Margherita De Bac aprendo il Media tutorial organizzato da MSD sul “Trattamento precoce del Covid-19 – Prospettive e opportunità della terapia antivirale orale”. «La scienza ha superato se stessa. Quanto è accaduto in questi due anni lascerà un solco profondissimo e varrà come esempio da seguire in caso di nuove emergenze».

«A fronte di un evidente razionale all’utilizzo precoce della terapia eziologica, questa è sostanzialmente rappresentata da due opzioni: gli anticorpi monoclonali specifici in grado di supportare, o meglio anticipare, la risposta immune adattativa e i farmaci antivirali», ha precisato Pierluigi Viale, direttore UOC Malattie Infettive, Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna. «Tra questi ultimi, molnupiravir, analogo nucleosidico in grado di alterare la conformazione del RNA virale, è certamente quello più avanti nella sperimentazione clinica.

Sebbene i dati dei trial registrativi non siano ancora stati definitivamente pubblicati, in un primo studio di fase 2 dove i partecipanti, soggetti infetti senza condizioni cliniche necessitanti ricovero, erano randomizzati ad assumere placebo ovvero molnupiravir a tre differenti dosaggi (200, 400 e 800, mg/ die) per 5 giorni, è stato documentata una significativa riduzione del viral load al giorno 3 e una completa negatività al giorno 5 di trattamento nei soggetti trattati con 800 mg/die: 0 versus 11.1% negli esposti a placebo (p= 0.0270). Nel successivo studio di fase 3, anch’esso condotto su outpatients, gli end point clinici, rappresentati da rischio di ospedalizzazione e decesso, hanno confermato i dati virologici: solo il 7.3% dei soggetti trattati con molnupiravir alla posologia di 800 mg due volte al giorno (28/385) sono stati ricoverati rispetto a 14.1% nei riceventi placebo (53/377).

Ancora, nessun decesso a un mese nel braccio molnupiravir, verso 8 decessi nel braccio placebo. La sicurezza del farmaco è stata confermata dalla bassa incidenza di effetti collaterali in entrambi gli studi. È quindi possibile affermare che la somministrazione precoce di un antivirale quale molnupiravir possa cambiare significativamente la prognosi della malattia, con evidenti ricadute favorevoli sia sulla salute individuale, sia sulla capacità dei sistemi sanitari di “reggere l’urto” della pandemia. Ovviamente le eccellenti prospettive della terapia antivirale non incidono minimamente sul valore prioritario della vaccinazione, che non devono sostituire, ma alla quale possono affiancarsi».

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