• 5 July 2022

Omicron porta sintomi simili, ma le due infezioni si mostrano differenti dal punto di vista biologico

Sebbene i sintomi della variante Omicron la rendano molto simile all’influenza, è giusto considerarla come tale? Grazie ai vaccini, la risposta sembrerebbe essere sì, ma si tratterebbe di una semplificazione. “Questo sarebbe vero solo se tutti fossero vaccinati”.

Lo dimostrano le statistiche sulla letalità del Covid a valle della campagna vaccinale e alla luce della minore severità di Omicron calcolate da Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). “La differenza oggi non la fanno tanto i diversi virus, ma proprio la diffusione dei vaccini.

Nella categoria delle persone con più di 65 anni, la variante Delta uccide 5,4 infettati su 100, se non immunizzati. La Omicron è meno severa, con un tasso del 2,2%, sempre fra i non vaccinati. Se invece guardiamo a chi si è sottoposto alle due dosi, Delta, Omicron e influenza diventano malattie simili, con una letalità intorno allo 0,4-0,5%. Nella popolazione generale, inclusi i giovani, la letalità dell’influenza e del Covid fra i vaccinati oscilla tra lo 0,04% e lo 0,12%”.


Semplificare però il Covid a semplice influenza è un azzardo poiché le due infezioni sono diverse dal punto di vista biologico. Il coronavirus è in grado di lasciare strascichi su vari organi e le cellule T, cellule killer del nostro sistema immunitario, che erano in grado di riconoscere le precedenti varianti del virus, riconoscono anche la variante Omicron. Questo quanto indica il centro di ricerca di virologia e sui vaccini di Harvard a Boston, Massachusetts.

“L’immagine che sta emergendo è che le nuove varianti del Covid rimangono altamente suscettibili alla risposta immunitaria delle Cellule T”, dice Dan Barouch, direttore del centro di ricerca di Harvard. “Questo include anche la variante Omicron”.

Studi in vitro hanno dimostrato che l’attività proliferativa delle cellule T è significativamente ridotta nei pazienti con COVID-19 e può essere ripristinata attraverso l’integrazione di L-arginina. Jean-Marc Tadiè e i suoi collaboratori dell’Unità di Malattie Infettive e Terapia Intensiva dell’Ospedale Universitario di Pontchaillou, hanno dimostrato che nei pazienti con forme gravi di COVID-19 la sindrome da distress respiratorio acuto presenta un numero elevato di cellule che sopprimono i linfociti T di derivazione mieloide, cosa direttamente correlata a una potenziata attività dell’arginasi, enzima che determina un impoverimento di L-arginina dal microambiente.

Ergo, gli effetti della L-arginina sui linfociti T possono essere di grande importanza.

Lo afferma anche un prestigioso studio clinico italo-americano condotto dall’Ospedale Cotugno di Napoli, in collaborazione con l’Università Federico II e l’Albert Einstein College of Medicine di New York City, pubblicato sulla testata di libero accesso di  The Lancet (EclinicalMedicine).  

Questo ha comportato anche una riduzione nei tempi di degenza25 giorni rispetto a 46 di degenza media dei pazienti in trattamento con il placebo.
“La ridotta permanenza in ospedale significa inoltre una minore esposizione a ulteriori infezioni”, continua il Professor Fiorentino, “poiché la L-Arginina agisce sia sulla risposta immunitaria che infiammatoria”. Inoltre, i benefici nel miglioramento della funzione endoteliale hanno avuto dei risvolti positivi anche nel lungo periodo, nei soggetti affetti da Long Covid. “Abbiamo notato che tra i pazienti che avevano assunto L-Arginina, anche l’astenia si era marcatamente ridotta”.

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