• 6 July 2022

Ivermectina, ritenuta una terapia anti-Covid-19 da chi non vuole sottoporsi al vaccino, non ha un effetto dimostrabile contro SARS-CoV-2, neanche a dosaggi tripli rispetto a quelli standard.

Lo confermato i dati italiani. Il preparato per uso umano è tuttavia sicuro anche ad alte dosi per la terapia di infezioni parassitarie, un dato utile perché aggiunge un’informazione preziosa sul suo eventuale impiego ad alto dosaggio in pazienti con altre patologie.

Crolla un altro “pilastro” delle terapie anti-Covid alternative promosse dai no-vax: l’ivermectina, farmaco antiparassitario ritenuto efficace come prevenzione e terapia precoce del Covid-19 da chi si oppone al vaccino, è inefficace contro il virus anche se viene somministrata a un dosaggio triplo rispetto a quello standard.

È quanto emerge dallo studio COVER pubblicato su Preprints with The Lancet, coordinato dall’IRCCS “Sacro Cuore Don Calabria” di Negrar di Valpolicella (VR), in collaborazione con l’Istituto Mario Negri di Milano, a cui hanno partecipato l’Ospedale Sacco di Milano, l’Ospedale Sant’Orsola di Bologna e l’Ospedale Covid di Rovereto. Anche in dosi molto alte ivermectina non ha dimostrato effetti significativi sulla replicazione del virus, come ipotizzato dalle teorie sposate dai no vax.

Non sono stati tuttavia registrati eventi avversi gravi, un risultato importante visto che uno dei due obiettivi principali dello studio era proprio quello di verificare la sicurezza di questo farmaco a dosaggi superiori a quelli normalmente utilizzati per la terapia di infezioni parassitarie. 

A seguito di alcuni studi con risultati positivi nella cura di SARS-CoV-2, che poi però sono stati in parte ritirati o non valutati dalle autorità regolatorie perché di scarsissima qualità, ivermectina è diventata popolare fra i no-vax: negli scorsi mesi la FDA statunitense ha denunciato un incremento di 28 volte dell’uso, ma anche un parallelo aumento dei casi di intossicazione, in particolare nei pazienti che hanno assunto il preparato per uso veterinario.

Per chiarire gli effetti del farmaco e la possibile azione antivirale di un impiego ad alto dosaggio del prodotto per uso umano è stato perciò realizzato lo studio clinico di fase II COVER (COVid iVERmectin), randomizzato, no profit e in doppio cieco. «Gli studi relativi a Covid 19 e ivermectina sono tantissimi nel mondo, ma tutti hanno impiegato dosaggi relativamente bassi», afferma Zeno Bisoffi, coordinatore dello studio e direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’IRCCS di Negrar. 

«I dati positivi, che autorizzavano a pensare che il farmaco potesse essere efficace, derivavano invece da uno studio in vitro di ricercatori australiani che avevano utilizzato sulle cellule in coltura concentrazioni elevate di farmaco, dimostrando che poteva eliminare velocemente il virus dalle colture impedendone la replicazione.

Abbiamo perciò voluto testare ivermectina ad alte dosi nell’uomo, forti della nostra esperienza con il suo utilizzo in medicina tropicale: impieghiamo ivermectina con successo e da tempo in malattie parassitarie come la strongiloidosi o la oncocercosi». 

La sperimentazione ha coinvolto 93 pazienti positivi a SARS-CoV-2 asintomatici o con sintomi lievi, nei quali si è valutato se l’impiego dell’antiparassitario ad alta dose in fase precoce potesse ridurre la carica virale e quindi, potenzialmente anche i ricoveri, le complicanze gravi e la mortalità. Un primo gruppo ha assunto un placebo, il secondo ivermectina 600 microgrammi/chilo per 5 giorni, al terzo è stata somministrata ivermectina 1200 microgrammi/chilo per 5 giorni. 

«Si tratta di dosaggi tre volte superiori rispetto ai 200/400 microgrammi/chilo usati per altre patologie, e per una durata di 5 giorni rispetto alla dose unica abituale, ma nonostante questo non sono stati registrati eventi avversi gravi: un dato di sicurezza importante che amplia le conoscenze su questo farmaco», sottolinea Bisoffi. 

«Tuttavia, un terzo dei pazienti trattati ha interrotto la terapia prima della quinta dose a causa di disturbi lievi o moderati: defezioni prevedibili perché si trattava di pazienti che, seppure positivi, erano relativamente in buona salute, così anche il minimo malessere poteva essere causa di fastidio». Dopo 7 giorni dall’inizio della terapia, i trattati avevano una carica virale inferiore rispetto a chi aveva assunto il placebo, ma la differenza non è risultata statisticamente significativa.

«Il trend negativo potrebbe essere perciò dovuto al caso», puntualizza Bisoffi. «Questi dati, considerati complessivamente, suggeriscono che non sia opportuno eseguire sperimentazioni cliniche con questi dosaggi del farmaco su campioni più ampi di pazienti e smontano la tesi no-vax sul fatto che l’ivermectina possa essere un’opzione per il trattamento del Covid-19, anche ad alte dosi e anche nelle fasi precoci di malattia.

Se non si ha un’efficacia dimostrabile a dosaggio elevato, non è plausibile che la si ottenga a dosi inferiori. I dati peraltro confermano quanto emerso dalle metanalisi, condotte sulle sperimentazioni cliniche realizzate con metodologie rigorose e su campioni sufficientemente ampi, che nei mesi scorsi hanno portato sia FDA sia EMA a pronunciarsi contro l’uso di questo antiparassitario come terapia contro il Covid-19 in mancanza di dati solidi sulla sua efficacia», conclude Bisoffi.

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